Amore folle e cucina ovvero gli ingredienti della zuppa rossa
Amore folle e cucina ovvero gli ingredienti della zuppa rossa
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Amore folle e cucina ovvero gli ingredienti della zuppa rossa

“Amore… non è altro che unimento spirituale de l’anima e de la cosa amata” diceva Dante. Della cosa, appunto, non solo dell’essere amato ma di qualunque oggetto o idea che possa risvegliare, infiammare e infine fondersi con l’anima stessa.

Il mio professore di latino e greco al liceo usava spesso citare Dante, era una specie di intercalare quotidiano per lui, a cui seguiva subito dopo la declamazione  “Dante, mare magnum!”, a ciò seguivano in ordine di frequenza di citazione Omero ed Eschilo, ovviamente; intercalari dotti che col tempo, senza che me ne accorgessi, mi resero grande servigio non solo nel “bel scrivere” ma soprattutto, nel bel pensare.

Nelle riflessioni più profonde, più silenziose, di quando si fissa il mare per ore o di quando, in pochi secondi ad un bivio, si sceglie una strada piuttosto che un’altra.

Fu molto tempo dopo, un anno fa per la precisione, che mi ritrovai in una situazione bizzarra e mi ricordai del mio professore di latino e della sua bici. Fui chiamata ad insegnare scienze degli alimenti ad un istituto alberghiero di una città di provincia, cosa abbastanza bizzarra per una botanica, e così iniziai ad andare a scuola in bici anche io.

Ma la cosa più bizzarra fu che mi chiesero di completare il mio orario di lavoro con tre ore di sostegno durante le ore di italiano, dato che gli altri colleghi di sostegno chiamati al rapporto, tutti matematici, si rifiutavano categoricamente di occuparsi di letteratura.

Per fortuna avevo già vissuto l’esperienza del sostegno e non feci opposizione. Vedere gli studenti non dalla cattedra ma dal banco ti rende, a mio parere, molto più saggio. E seguire le lezioni dei colleghi può essere un’esperienza didattica incredibile… fu così che conobbi Annalisa, la prof di italiano della prima I.

Arrivava in bici dalla stazione, con una montagna di capelli castani, golf incredibilmente morbidi e femminili ed una nuvoletta di leggerezza e di ottimismo coinvolgente. Mi piaceva come salutava i ragazzi e come si muoveva, come un gatto fulvo dagli occhi magici.

Amava quel lavoro, lo si leggeva passo passo. Fu così che diventammo amiche, seguendo dal banco le sue lezioni, leggendo insieme Orwell e scrivendo mappe concettuali per Francesca ed Arianna.

Nel giro di qualche giorno, in quella manciata di minuti sacrosanti della ricreazione, finimmo a parlare di medicina, di piante, di cinema, di teatro, di cucina e infine di libri. Amore folle di entrambe. E fu grazie a lei che scoprii un originalissimo esordio letterario: “Il cuoco di Burns night” di Roberto Agostini (Atmosfere ed.).

Un romanzo noir dalle tinte vellutate e dal profilo teatrale, in cui il protagonista è guardacaso un professore di cucina di un istituto alberghiero; uomo delicato, fragile, che vive una vita di poche emozioni e molte frustrazioni finché un giorno, complice una delle sue crisi psicologiche si ritrova a parlare al telefono con una voce ispanica e tra le mani un mistero ossessionante.

Da lì, tutta la passione e l’amore chiusi nel profondo della sua anima, esplodono. Alessandro inizia la ricerca furibonda di Pappý, un magico cuoco messicano scomparso nel nulla anni prima dopo aver partecipato e vinto il premio dell’antichissima e misteriosa festa scozzese di Burns Night. Alessandro vive una realtà nuova, intensa, coinvolgente, come solo l’amore può creare…

E nella ricerca degli ingredienti della zuppa rossa di Pappý, ritrova l’essenza del cuoco, la propria infanzia, la propria storia, l’amore per se stesso. Fino all’epilogo sconvolgente e destabilizzante.

Maya MATTEUCCI

3 0 1134 07 gennaio, 2015 Metropolis gennaio 7, 2015

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