L’amore è armonia delle linee
L’amore è armonia delle linee
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L’amore è armonia delle linee

Ammetto che l’eco contundente delle teorie Freudiane abbia influenzato trasversalmente i critici d’arte (e non solo) d’ogni epoca, estrazione e cultura ma menarvela, anche questa volta, con il tema della sessualità – francamente – non mi va per numerosi motivi, in primo luogo perché l’artista di cui ho intenzione di parlarvi ha sempre rifiutato un’interpretazione

in tale chiave delle sue opere, perché – tra l’altro – ritengo che non sia del tutto autentica e oggettiva bensì costruita ad arte affinché, all’epoca, potesse farsi facilmente volano di notorietà, ed infine perché sono un fiero (anche se ingenuo forse) sostenitore del principio dell’interpretazione letterale dunque, se il quadro che sto ammirando s’intitola: “Iris nero” o “Fiore bianco” piuttosto che “Petunie”, non vedo perchè vederci, per forza di cose, delle vulve.

In claris non fit interpretatio.

Detto ciò, vi tranquillizzo subito dicendo che, nonostante i soggetti floreali sopracitati, non intendo tediarvi con le nature morte (anche se la dicotomia amore e morte è un classico intramontabile) anzi l’artista che vi presento è stata proprio colei che ha immerso un bouquet di Rachel Ruysch in un bel bagno di colori brillanti e spostato i vasi della Caffi finalmente alla luce del sole, riuscendo a rivalutare un tema classico della pittura femminile che ha sempre, ingiustamente, goduto di scarsa considerazione: Georgia O’Keeffe, la madre di tutti i fiori.

A questo punto, potreste anche chiedervi cosa centrino però i fiori, con l’amore – tema del presente bimestre – beh fatemi finire no?! Si rende necessario infatti introdurre, preliminarmente,

il concetto di notan ossia giochi di ombre e di luce tipici della tradizione artistica giapponese grazie alla cui armonica combinazione con le forme rappresentate l’opera d’arte sarebbe capace di trasmettere i sentimenti dell’artista, semplificando molto possiamo accostarlo al chiaroscuro proprio della pittura europea,intriso tuttavia di una sorta d’intensità spirituale maggiore data dall’armoniosa mescolanza con le linee e le forme.

Tale effetto e potere sinestetico veniva teorizzato da Arthur Wesley Dow (pittore, fotografo, professore di belle arti alla Columbia University) da cui la O’Keeffe fu molto influenzata al principio della sua carriera artistica.

Quest’ultimo è uno dei tre uomini che mi piace pensare abbiamo contribuito a rendere Georgia O’Keeffe una delle più famose artiste americane di tutti i tempi; il secondo è stato indubbiamente: Alfred Stieglitz fotografo – gallerista nonché marito e, nell’ultima parte della sua vita, con una licenza personificatrice che mi concedo, il deserto del New Mexico.

Fu proprio il deserto, infatti, ed i potenti panorami del Ghost Ranch a segnare il punto di svolta della pittura della O’Keeffe che, abbandonando i fiori ed il c.d. Precisionismo per una raffigurazione più simbolica e metafisica, realizzò capolavori assoluti assorti, al pari delle moderne fotografie d’autore, ad icone di design.

Tornando invece alla precedente cifra stilistica della nostra pittrice per ricollegarci al tema del presente numero, converrete con me che non si può non riconoscere l’evidente armonia delle sue rappresentazioni grazie alla quale la O’Keeffe ha sancito la vittoria sulle intrinseche derive decadenti del realismo e l’ha sin da subito fatta apprezzare nel panorama artistico dell’epoca e del futuro.

Detto ciò, assodato che l’opera della O’Keeffe sia sfoggio di armonia, e che personalmente ritengo che l’amore non sia poi così lontano da un’angelica, rotonda, solida confortante armonia è per tale ragione – dunque – che ogni volta che guardo alla sbalorditiva sicurezza di quelle pennellate di sublime colore, associo automaticamente quei fiori a rappresentazioni d’amore, amore per la bellezza, per la vita, per l’arte.

Francesco Tripaldi

0 0 1710 07 gennaio, 2015 Quarta parete gennaio 7, 2015

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