L'oca del vicino non è un'oca.
L’oca del vicino non è un’oca.
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L’oca del vicino non è un’oca.

Io amo gli animali. Mi piacciono davvero tanto. Ho un cane da più di cinque anni che mi tiene compagnia. Ed essendo io sola, so cosa significa la compagnia di un animale domestico.

Ti coccola, ti conosce, ti cura, ti fa ridere e ti fa arrabbiare. Insomma, un umano. Non parlante fortunatamente.

Amo anche mangiare. E mi piace tanto la carne. In questo caso, la mia vena animalista si cancella e, a parte alcuni esempi inavvicinabili di carne animale, devo dire che non faccio difficoltà ad accompagnare molte delle mie serate con una fiorentina o una cotoletta. Non per questo, amo meno il mio animale di compagnia.

E poi non amo tante altre cose. Indubbiamente una di queste è il freddo.

E poi ci sono le scenate apocalittiche davanti a questioni logiche, le isterie sociali e collettive, gli svenimenti per fatti naturalmente comprensibili.

Mi chiedo, troppo spesso ultimamente, se dietro quelle diciture come “Vera piuma d’oca” “Pura Lana Vergine”, “100% Cachemire”, “Vera Pelle” ci sia qualcosa di poco chiaro. A me sembra proprio di no, sinceramente.

Se leggo il cartellino, so esattamente cosa sto comprando.

Se e quando compro un piumino, non penso sia fatto di materiale etereo non appartenente ad alcuna specie animale; piuttosto mi chiedo se sia schiacciato bene in modo da non sembrare un vero omino Michelin.

Quando compro un paio di scarpe di pelle, prego che sia pelle vera e spero anche che sia ben conciata in modo da non rovinarsi e durare quanto più possibile.

E per fare questo è necessario che i tessuti, le pelli, le piume e qualsiasi copertura animale sia di ottima qualità.

E la qualità, signori, si paga.

Per favore, non crediamo nelle favole, anche le piume che troviamo in un coprispalle di bassa qualità vengono dalle oche. Certo, se le piume sono cinesi, insieme a quel 3% di piume troverete buone percentuali di capelli, peli, polvere e altre cose che, sinceramente, non vorrei mai indossare.

A questo punto, non so se preferire una morbida stola fatta totalmente in lana merinos o un cappotto ruvido fatto di filati che noi umani non possiamo immaginare.

E poi diciamocelo, quando fa freddo tocca coprirsi: nell’antichità si usavano le pelli con procedimenti conciari basici. Oggi, per fortuna, evitiamo di metterci addosso la pelle grezza. Però il risultato è sempre lo stesso: sempre pelle rimane.

Perché vi racconto una cosa: la pelle, quella che indossiamo, è lo scarto dell’industria alimentare che arriva alle concerie per essere riutilizzata. É la grande bravura dell’indotto attorno alla moda a donarci poi questi magnifici tessuti: la concia della pelle la rende un materiale puro e moderno.

Molte delle cose che indossiamo sono frutto di un processo che vede a monte lo sfruttamento di una specie. Non è bello, lo so, ma è così.

Quindi decidiamo cosa fare: o ci mangiamo questa minestra oppure ci buttiamo dalla finestra. Sperando sempre che la minestra non sia di oca.

 

Andreina Serena ROMANO

0 0 1494 07 gennaio, 2015 Metropolis gennaio 7, 2015

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